Ragazza precaria costretta all’aborto: la lettera a Giorgio Napolitano

L’Italia del precariato ci racconta a volte delle storie davvero drammatica. Come questa, di una ragazza di 29 anni costretta ad abortire perchè non avrebbe abbastanza denaro per crescere il proprio bambino. Questa ragazza, una precaria che guadagna, insieme al marito, 1.300 euro al mese, non se la sente di rischiare. Dopo aver fatto i conti, ha scelto la strada per l’aborto: il figlio è un lusso che lei non può avere.
Questa ragazza ha deciso allora di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dal titolo “Necrologio di un bimbo che è ancora nella mia pancia“. La ragazza racconta che quando ha scoperto di essere incinta ha provato “un’emozione bruciante, una felicità incontenibile“. Ma poi “la ragione ha preso il posto del cuore“. Nella lettera scrive: “Presidente, ora devo scegliere se essere egoista e portare a termine la mia gravidanza sapendo di non poter garantire al mio piccolo neppure la mera sopravvivenza, oppure andare su quel lettino d’ospedale e lasciare che qualcuno risucchi il mio cuore spezzato dal mio utero sanguinante, dicendo addio a questo figlio che se ne andrà per sempre“.
Questa ragazza è sposata ed ha una famiglia alle spalle che potrebbe aiutarla. Ma lei vuole rimanere nell’anonimato. Ha già fissato la data dell’aborto: il 27 maggio. Ma l’indecisione è ancora molta: “Mi prenderò questo periodo di tempo per riflettere. E rifletterò molto. Sono sempre in tempo a cambiare idea, intanto però ho prenotato l’intervento. E non mi perdono di non esserci stata attenta, nel breve periodo in cui ho sospeso l’anticoncezionale. Nel frattempo mi chiedo: dove è andata a finire la mia dignità ? Ce l’ho messa tutta per costruirmi un futuro. Dopo avere fatto tanti sacrifici, dopo essermi quasi laureata in Scienze Politiche con 18 esami su 22, dopo avere collaborato a un giornale con oltre cento articoli senza mai avere un centesimo e neppure la tessera di pubblicista, dopo aver fatto, io e mio marito, infiniti lavoretti che definire umilianti e sottopagati è dir poco, mi ritrovo a non avere i mezzi per crescere un figlio. Perché se ti manca la moneta da un euro per prendere la metropolitana non importa, ma se ti mancano i cento euro per portare il tuo bambino dal dottore importa eccome“.
E chissà di quante storie come questa è pieno il nostro paese!
Fonte | Repubblica
Mer 30/04/2008 da Patrizia Chimera in Aborto, Precariato


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