Gabriella Carlucci: condannata, la collaboratrice lavorava in nero

Pubblicato da patchi in Politica, Primo Piano.
Giovedì, 15 Ottobre 2009.
Gabriella Carlucci Politica

Gabriella Carlucci e’ stata condannata. La parlamentare, infatti, dovra’ pagare piu’ di 10mila euro alla sua portaborse. Quando lavorava per lei, infatti, in un certo periodo, non aveva il contratto di lavoro in regola: in pratica Celestina, l’assistente di Gabriella Carlucci, lavorava in nero.


Da luglio del 2004 a giugno del 2006, questa persona aveva lavorato come collaboratrice di Gabriella Carlucci. Senza pero’ che esistestesse un reale contratto di lavoro: la deputata del Popolo della Liberta’ faceva lavorare in nero la sua portaborse. E il giudice, per questo, ha condannato Gabriella Carlucci al risarcimento di 10mila euro piu’ gli interessi.
 
Il giudice Michele Forziati, con la sua sentenza, obbliga cosi’ la deputata a pagare la sua assistente. E pensare che proprio loro, in Parlamento, dovrebbero dare il buon esempio: parlano tanto di contrastare il lavoro in nero, quello sommerso, e poi sono loro i primi a non rispettare le regole.
 
Questo caso potrebbe non essere isolato: tanto che i giudici potrebbero verificare altri casi simili. Tutto grazie alle Iene, che lo scorso 3 aprile 2009 aveva realizzato un interessante servizio in merito proprio al lavoro in nero in Parlamento: ecco qui sotto l’inviato di Ilary Blasi e Luca e Paolo.
 

 
Immagini prese da:
www.tomshw.it
presidente.camera.it
www.unita.it
1.bp.blogspot.com
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Commenti (2)

e già! qualche tempo fa, l’on Carlucci si lamentava che lo stipendio da parlamentare era troppo basso.poverina con quel che costa in contributi un lavoratore i 17mila euro mensili da on non bastano sicuramente…ma perchè sta gente non và un pò a zappare la terra?

 Add karma Subtract karma
AVATAR
Ancoparl

Una pietra miliare
“La sentenza del giudice del lavoro di Roma Michele Forziati, di cui parla Sergio Rizzo oggi dalle pagine del Corriere della Sera, che condanna una deputata in carica del Parlamento italiano e riconosce il rapporto di lavoro intercorso con la propria ex-collaboratrice come subordinato inquadrabile con il ‘contratto collettivo nazionale dipendenti di studi professionali’ , e’ una pietra miliare”. Lo afferma in una nota l’Associazione nazionale collaboratori parlamentari. “La sentenza infatti - prosegue la nota diramata - e’ la prima del suo genere e assume una rilevanza fondamentale nell’annosa questione del riconoscimento della professione di collaboratore parlamentare, laddove identifica chiaramente la tipologia di lavoro svolto dalla ricorrente e il tipo di contratto applicabile. La sentenza Forziati evidenzia come la dove il legislatore non interviene definendo la norma di carattere generale e in linea con il dettato costituzionale, il giudice di merito con la sua decisione assume in se il gravoso onere di scrivere quella stessa norma, colmando il vuoto legislativo. La sentenza ‘Celestina’, dal nome della collaboratrice che ha vinto la causa contro la deputata, ha inoltre un aspetto molto importante che non deve essere sottovalutato dalle istituzioni parlamentari italiane”. Infatti, da quanto Ancoparl ha appreso direttamente dal legale di parte ricorrente - continua la nota -, il giudice nel valutare il caso di specie si e’ ispirato alla giurisprudenza e alle norme europee in materia. Ancoparl da sempre sostiene, e lo ha sostenuto anche negli incontri istituzionali avuti, come anche il Parlamento italiano debba adottare le norme e le regole statuite dal Parlamento europeo lo scorso dicembre in materia di collaboratori parlamentari, che affermano come il collaboratore di un deputato, fatto salvo il rapporto fiduciario (ovvero quello che si instaura tra deputato e collaboratore lavoratore) e’ funzionale alla struttura del Parlamento e strumentale alle attivita’ del parlamentare stesso. Per questo il Parlamento europeo, sulla base delle norme e della giurisprudenza di merito, ha riconosciuto ai collaboratori degli eurodeputati un ruolo e uno status giuridico precisi, determinando nel contempo la loro equiparazione, anche da un punto di vista contrattuale e retributivo, agli agenti temporanei, e quindi ne ha sancito l’assunzione direttamente dall’istituzione parlamentare. Al di la dell’appartenenza politica della deputata condannata che non ci interessa essendo Ancoparl apolitica e apartitica, la sentenza deve spingere rapidamente le istituzioni parlamentari ad avviare un tavolo di confronto tra le parti al fine di giungere ad una soluzione condivisa e condivisibile in merito al riconoscimento professionale dei collaboratori parlamentari, anche e soprattutto in ossequio all’articolo 36 della Carta Costituzionale”.

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