Droga a Milano: parla uno spacciatore

Sulle pagine del Corriere, abbiamo trovato un articolo molto particolare. Anche perchè non è normale leggere un’intervista ad uno spacciatore di droga milanese che, oltre a parlare del suo lavoro, parla anche dei vari vip di turno che fanno uso di cocaina: “Quei tipi lì, tronisti e vippetti, veline e bonazze da calendario, sono i primi a tradirti”. Per questo lui si tiene alla larga. Ecco l’intervista di questo spacciatore.
Fabrizio, questo il nome di fantasia scelto dal giovane 23enne, racconta il suo “lavoro” da spacciatore nella Milano bene. “Ho 23 anni. Sono iscritto ad Architettura. Ogni tanto do qualche esame. Mio papà è morto sei anni fa. Mia mamma nemmeno immagina come guadagno. Le dico che faccio lavoretti in università . Abito in un monolocale, in affitto. E vendo droga. Cocaina”. Questa la sua presentazione. “Ho iniziato nel 2003. Un amico mi fa: “Ho 70 grammi, vendiamoli”. L’abbiamo fatta fuori in un giorno. Anzi, in qualche ora. L’amico sta in banca, un terzo gliel’ha comprata un collega. La restante parte a metà tra un conoscente del collega e il suo vicino di casa. Io un grammo lo piazzo a 70-80 euro. Poi, certo, dipende. Se uno è un cliente abituale o se è un riccone… Il venerdì posso fare 25 affari. Ormai ci sono dentro, ma quando voglio ne esco. Non sto qui a farti la contabilità e parlarti di grossisti e venditori al dettaglio… Ecco, capita che, in un mese, posso tirar su cinquemila euro nette, non lo nascondo. Non li butto in auto e donne. Vivo bene e ci faccio le vacanze come Dio comanda”.
Davvero un’intervista choc. “Io, non ho i numeri dei cellulari di chi compra, sai mai mi becchino gli sbirri… Loro, i clienti, sì che hanno il mio numero. Prima di prenderne uno nella “scuderia”, c’incontriamo. Lo guardo, provo a immaginare che tipo sia. Soprattutto, se sia uno che mi vende al primo che passa. Non sono un duro, però, in questi casi qui, faccio un bel discorsetto, racconto che al primo sgarro arrivano due amici miei e giù botte… Insomma, un po’ d’intimidazione, per fare scena”. Ma veniamo ai clienti: “Ti dico: noti o non noti, chirurghi o operai, fatti loro. Sono clienti. Che vanno e vengono. Io non entro in locali e discoteche. Se mi contattano, prendo lo scooter e parto. Cosa ci diciamo al telefono? Usiamo parole in codice o con una telefonata o con un messaggino. «Sono a cena con cinque amici». Oppure: «Sono col cane in via tal dei tali, portami un pacchetto da dieci sigarette». Ogni numero significa quante dosi servono. Non che interpreti sempre le richieste… Così mi porto dietro qualche grammo in più. Non tanti. Se mi ferma la polizia… Oltre ai numeri, buttano dentro un riferimento orario, e niente, mi presento”.
“Qualcuno paga con oggetti: per esempio, un orologio… Preferisco i contanti, chiaro. Uno, che lavora in un’agenzia di viaggio, m’ha regalato un volo andata-ritorno per Cuba. Questo dell’agenzia è accanito, tira come un cavallo. Altri clienti? Ti do tre commercialisti, i titolari di un’impresa di pompe funebri, un bel po’ di medici, un disegnatore, tre tipi che hanno un’agenzia immobiliare… Di universitari non ne incontro, vanno dai marocchini in strada… Tanti, alla coca, mischiano il i rapporti: son capitato in mezzo a festoni con travestiti di due metri che mi aprivano la porta… C’è uno che fa spedizioni, guida tutto il giorno e alla sera si ammazza di coca. Ce n’è un altro: 60 anni, ha la seconda casa in Liguria, una sera mi telefona che quasi piange: «Fatti trovare per mezzanotte davanti alla farmacia di ‘sto paese, ti pago doppio, ti prego». Per lo più, lavoro di sera e di notte, ma capita che mi contattino in pieno giorno, uno sul lavoro non carbura e mi dice dai passa, un altro sta stressato e mi compra un grammetto per ripigliarsi. Ti dicevo all’inizio: mi fanno pena. E io? No, io faccio affari. Mica costringo nessuno. Sono loro che hanno bisogno di me. Non viceversa”.
Fonte | Corriere
Gio 05/04/2007 da Patrizia Chimera


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